I racconti di Soul Kitchen – Dessert

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Ora che tutto è finito so già che mi mancherà questo lavoro di editing de I racconti di Soul Kitchen. Rimettere insieme i racconti per il blog, dopo averli letti in diretta radio, mi ha permesso di riflettere su questa bella esperienza di scrittura creativa e radio letture. Il mio modo di tornare dietro ad un microfono non poteva essere migliore di così e – detto tra me e voi “venticinque lettori” – sento che ci sarà un prossimo ritorno.

Ma restando ad oggi, non a caso ho chiamato l’ultimo de I racconti di Soul Kitchen, Dessert. Perché non si può finire un pasto degno di questo nome senza un dessert: la portata conclusiva di un percorso, quella con cui salutarsi a tavola. Anche se, a pensarci bene, lo stesso dessert può a sua volta lasciare spazio per altro: un caffè, un liquore, un amaro o quello che sarà. Un epilogo che potrebbe diventare prologo con molta facilità.

Eccovi allora, con un po’ di emozione, l’ultimo racconto di Soul Kitchen andato in onda nel programma L’ultimo negozio di dischi sulla Terra. A fine post come sempre il player per ascoltare la radio lettura e fazzoletti per le lacrime di a…rriverderci 😉

Buona lettura e buon ascolto!

Photo by Kobby Mendez on Unsplash

Mira cercava di evitarlo il più possibile, già incontrarlo il 5 del mese per lasciargli la mensilità dell’affitto le costava uno sforzo incredibile ma il sig. Russo non accettava pagamenti che non fossero contanti. Guardare qualcuno negli occhi ed avere il fisco che scoprisse le rendite delle sue proprietà erano le sue più grandi paure, intervallate da privati deliri di onnipotenza che provava guardando porno online. Forse non aveva altri sentimenti, o se li aveva, erano ben nascosti.

«Buongiorno sig. Russo, ecco l’affitto. La farei entrare ma sono di fretta, devo andare ad aprire la pasticceria, arrivederci al mese prossimo…»

Mira era pronta col solito mantra che mensilmente pronunciava sull’uscio della porta, come una liturgia laica, un augurio di buona sorte che tenesse lontano gli spiriti maligni, ma qualcosa la interruppe, per la prima volta si trovò davanti gli occhi piccoli e cerulei del signor G che la guardavano impietriti.

«Buongiorno sig.Russo, ecco l’aff…»

Riuscì solamente a pronunciare di fronte a quell’inedita visione.

«Buongiorno signorina Mira, le posso chiedere la cortesia di farmi entrare, solo per 5 minuti…»

Mira era tanto sorpresa quanto intimorita dalle probabili conseguenze di un mantra così interrotto, le ire degli dei non l’avrebbero risparmiata.

«Ehm…Ecco, stavo per andare ad aprire la pasticceria…» si affrettò a dire con una velatura di malessere porgendo la busta al sig. Russo.

«La prego, solo 5 minuti» E nel pronunciare quelle parole il signor R. lasciò trapelare l’angoscia, profonda, per qualcosa di più grande di lui ed ingestibile. Mira si sentì toccata da quell’emozione ed accompagnando l’anta del portone consumato, fino ad allora aperta solo per uno spiraglio, lo fece entrare.

«Mi deve scusare ma io…vede…non sapevo da chi altro andare…» disse stentando il sig. R.

«Non…non sono molto bravo con le persone…forse non lo sa ma non ho molti amici…» Aggiunse levandosi il cappello e stringendolo tra le mani, tradendo dell’imbarazzo.

«Ma guarda, non l’avrei mai detto…» disse Mira tra sé e sé.

«È che mi è successa questa cosa, mentre venivo qui, attraversando il parco e non sapevo a chi raccontarla…Lei è una delle poche persone che mi dimostra attenzione…»

Così dicendo il sig. R. riabbassò lo sguardo alla medesima altezza di sempre, in linea verso il pavimento e questa volta fermo sulle mani che stringevano ansiosamente il cappello.

Mira era talmente sconvolta che gli avrebbe offerto perfino dei biscotti, aveva una scorta dei suoi preferiti con lo zenzero e il limone, assieme ed altri di frolla e marmellata che usava come antistress nei momenti difficili, come questo del resto, ma il sig. Russo incalzava, senza dare a Mira margine di azione…

«Là nel parco, ecco…credo…io…sì ho visto…l’ho visto…»
Il signor Russo non finì la frase, interrotto dal trillo del citofono nell’ingresso.

«Aspetti torno subito, deve essere Martina, dovevamo andare insieme ad aprire il negozio…» e mentre diceva queste parole Mira si allungava verso l’apparecchio, temendo che l’impazienza di Martina l’avrebbe fatto suonare una seconda volta se Mira non rispondeva in pochi secondi.

«No, no, sig.na Mira non risponda, potrebbe avermi seguito» E così dicendo il sig. Russo tornò ad alzare lo sguardo, terrorizzato ed impietrito verso quello di Mira che sentì gelarsi il sangue quando avvicinò la cornetta all’orecchio.

«Sssì…chi è?»

«Chi è?»

«Sig.na Mira? Sono il portiere, hanno lasciato un pacco per lei. Ho firmato io, vuole che glielo porti ora o passa lei dopo?»

Mira tornò a respirare.

«No, sì, cioè, lo tenga in portineria, passo dopo grazie sig. Carlo»
Agganciò la cornetta e si voltò sollevata verso il sig. Russo
«Era Carlo, il portiere. Di cosa…»
<<Mi stava parlando>> avrebbe voluto dirgli, prima di accorgersi che il sig. Russo non c’era più.

Mira guardò nel resto della casa, dal salotto al bagno, fino alla camera da letto e la cucina, per accertarsi che quello strano individuo non si fosse nascosto per sbucare fuori di notte come il peggiore degli incubo e con suo immenso sollievo non ne trovò traccia. Si era dileguato dall’ingresso, uscendo nel momento in cui Mira era rivolta verso la cornetta, silenzioso come un ninja il sig. Russo aveva battuto la ritirata di fronte ad un citofono.

Mira scuoteva la testa, tra i tanti casini che aveva già di suo non voleva accollarsi anche i deliri di uno psicotico asociale come il signor R.

Prese una sigaretta dal pacchetto e l’accese con stizza, inspirando di filata un paio di boccate, sprofondando nella poltrona di velluto blu. Ripercorreva la scena, un uomo che era il ritratto dell’imperturbabilità trasformarsi in un bambino impaurito di fronte al buio. Per quanto mal sopportasse quell’uomo non poteva restare indifferente al suo sgomento, tanto era tangibile nella sua voce ed in quello riscoperto sguardo.

Un nuovo squillo del citofono convinse Mira che quella fosse davvero Martina, e l’altra parte della cornetta gliene diede prova.

«Scendo subito» .

Mira indossò il cappotto che stava appeso all’attaccapanni nell’ingresso, fermandosi per un attimo davanti allo specchio per sistemare i capelli con le mani, aprendoli tra le dita dalla linea del mento fin giù verso le punte.

«Doveva essere veramente importante» pensò chiudendo dietro di sé la porta, dopo che l’ultimo sguardo all’ingresso era caduto sulla busta dell’affitto, lasciata sul tavolo.

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