I racconti di Soul Kitchen – Non toccare

Per chi si è chiesto quando si conclude la raccolta de I racconti di Soul Kitchen, devo rispondere di pazientare ancora un po’. Di avere fede, che la conclusione arriva, tra la mia indolenza e il disagio di scrittrice-che-non-ci-crede-mai-abbastanza. Ma l’autunno porta consiglio e quella voglia di ricominciare a prendersi un po’ più sul serio.

Per cui, cari «venticinque lettori», abbiate fede e credeteci insieme a me.

Oggi è la volta dell’undicesimo racconto e, come sempre, a fine post il player per ascoltarlo all’interno di L’ultimo negozio di dischi sulla Terra.

Non toccare

Go get your shotgun, grandpa – Annie Castle 

«Shhhhh ma vuoi farti beccare?»
Il suono freddo dell’acciaio del mestolo batteva contro il piano della cucina.
«Ettore cazzo, andiamo via…»
E l’ultima cosa che Ettore riuscì ad aggiungere fu il sale nell’impasto, prima che suo cugino Mario lo trascinasse via per il collo della felpa, con uno strattone brusco e improvviso, lasciandolo all’istante senza fiato e quasi sul punto di soffocare. La corsa trascinato verso il furgone, l’ennesimo strattone per salire sopra tra le imprecazioni degli atri che lo maledivano fino alla settima generazione.
«Questo è fuori di testa, te l’avevo detto di non portarlo, se ci beccano giuro che gli taglio la gola…»
Svaligiare ville non era proprio il suo mestiere, appena entrava in una casa, che fosse da una
finestra, uno scantinato o forzando la porta d’ingresso, Ettore DOVEVA andare in cucina. Non
pensava a dove fossero nascosti soldi o gioielli, non si preoccupava di fare presto ed in silenzio, non considerava se ci potesse essere un secondo allarme, per lui tutto era l’occasione per visitare una nuova cucina. Mario non era mai stato convinto di coinvolgerlo nel suo giro ma quel cugino, che era sempre stato un po’ strano, adesso si trovava disoccupato, abbandonato dalla moglie ed ospite fisso del rifugio per senzatetto. Mario aveva deciso di aiutarlo a tirarsi su, perché gli faceva pena o forse perché vederlo gli faceva paura, al pensiero di ridursi così.
«Ettore stasera è andata ma c’è mancato poco, che cazzo ti salta in mente di metterti a cucinare? Ma vuoi finire dentro?»
«Mario non capisci, in quell’impasto mancava sale, era completamente insapore.»
«E chi cazzo se ne frega, mica andiamo lì per fare i pasticceri. Ettore, un’altra cazzata e sei fuori.»

Mario non poteva immaginare che Ettore avesse accettato proprio per avere di nuovo una cucina in cui mettere piede, ma soprattutto mani. Quando cucinava si allontanava da tutto, dalla depressione dei suoi fallimenti, dai soprusi della società, dalle accuse della moglie. Era libero e spensierato, come ormai non si sentiva più da un po’.
«Allora Ettore te lo ridico, la prossima è una rosa grossa, dobbiamo essere rapidi e attenti, c’hanno cani da guardia e la rimessa con i guardiani, tu segui il piano e fai quello che ti dico io, chiaro?»
«Certo Mario, stai tranquillo.»
Alle raccomandazione di Mario il pensiero di Ettore rispondeva pregustando già una cucina
professionale con piano cottura ad induzione, utensili in rame e penisola di lavoro in marmo o
acciaio satinato. Niente cani o allarmi di sicurezza, guardiani o corse per la salvezza, Ettore era
fisso sulla meta, la sua meta.
La notte del colpo non arrivò mai abbastanza in fretta per Ettore che sotto la guida di Mario
ripassava il piano:
«Allora saltiamo il muro…» Sì, preparo la linea
«Lasciamo le esche per i cani…» Sì, accendo i fornelli
«Disattiviamo l’allarme…» Sì, affilo i coltelli
«Entriamo, prendiamo soldi e gioielli e via senza toccare altro…Ettore ci sei?»
«Sì Mario, ci sono.»

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