I racconti di Soul Kitchen – Un caffè

É partito da qualche settimana il progetto di scrittura creativa, radio e musica che ho voluto chiamare I racconti di Soul Kitchen, ispirandomi ad una trasmissione radio che conducevo su musica e cucina nel lontano 2011 dal titolo Soul Kitchen.

Questa volta sono in onda come ospite fissa della trasmissione L’Ultimo negozio di dischi sulla Terra ogni martedì sera alle 21.00 in diretta su Contattoradio Popolare Network. Ogni puntata in apertura leggo con emozione un racconto breve nato dalla mia penna e dalla suggestioni che cucina e musica mi suggeriscono.

C’è cibo e sapore in ogni racconto, in presenza o in assenza ma la musica non può mancare. Non solo perché il contenitore scelto è quello della radio (mia grande passione messa in stand-by) ma perché a fine racconto passo una canzone che altro non è se non un proseguimento, completamento o condimento e contorno del racconto. É con soddisfazione ed emozione che vi posto di seguito il primo dei racconti di Soul Kitchen andato in onda il 15 gennaio ed a fine pagina trovate il link per ascoltare la lettura del racconto in apertura di puntata ed a seguire la trasmissione L’Ultimo negozio di dischi sulla Terra.

Fatemi sapere che ne pensate ma siate gentili, qui sul piatto ho messo molti dei miei ingredienti.

Un caffè

(Welcome to the jungle -Hellsongs)

Il chiacchiericcio di sottofondo si mescolava con i rumori del bar, dal fischio del latte che schiumava al suono nitido e cristallino della ceramica appoggiata sul bancone. “Allora mi metti 5 caffè, due cappucci, un latte macchiato, un ginseng e un orzo. I caffè: 1 macchiato, 1 macchiato deca, 1 macchiato in tazza grande, 1 marocchino, 1 ristretto al vetro, 1 cappuccio con poca schiuma l’altro senza lattosio.”

Mentre il barista più anziano parlava quello giovane metteva piattini e tazzine sul bancone in una danza ritmata dai gesti precisi e calcolati: ogni istruzione generava una sequenza misurata di movenze che non andava interrotta. Giulio guardava quella sequenza con venerazione quasi religiosa, immaginando i clienti in fila davanti al bancone dondolarsi avanti e indietro come fedeli in adorazione mistica di fronte a una reliquia.

“Per lei signore?”

“Un caffè”

Andava in quel bar di tanto in tanto, non era un cliente abituale ma d’altra parte non poteva definirsi cliente abituale da nessuna parte. Gli piaceva cambiare locale seguendo soprattutto il flusso di gente che diventava oggetto della sua osservazione. Scrutava le persone che aveva accanto nel tentativo di risalire al loro percorso di vita: un patrimonio di storie si dispiegava sotto i suoi occhi, leggibili attraverso il modo in cui vestivano, gesticolavano, si salutavano, si abbracciavano o litigavano. “Si capisce molto da come uno chiede “permesso” o non lo chiede affatto” diceva spesso ai suoi compagni di analisi. Da quando aveva iniziato a frequentare le riunioni si sentiva meglio, il suo dottore l’aveva convinto ad affrontare la terapia di gruppo e da allora ogni martedì si incontrava con altri timidi cronici. “Sarà un disastro” pensò quando il dottore gli propose la cosa “nessuno comincerà mai a parlare per primo, vedrà, sarà un incubo nell’incubo”.

“Ecco il macchiato per lei…”

“No, non è mio”

“Allora è il deca mi scusi…”

“No, nemmeno.”

“Il marocchino?”

“No”

“L’orzo?”

“No”

“Il cappuccio?”

“No”

“Allora è il ginseng?”

“No”

“Mi scusi ma cosa ha chiesto?”

“Un caffè”

“Ma come?”

“Normale. Un caffè normale”

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